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·4 April 2025
Pietrelli: «Chiellini e Giuntoli mi han voluto fortemente. Essere alla Juve è un orgoglio, ora sogno la prima squadra» – ESCLUSIVA

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·4 April 2025
«Il futuro è dalla sua parte». Bastano poche semplici parole, dirette, piene di aspettative di Massimo Brambilla per ciò che il destino riserverà ad Alessandro Pietrelli. Il tecnico della Juventus Next Gen le ha pronunciate dopo l’esordio del classe 2003 in bianconero contro il Trapani: primi minuti in Seconda squadra che han subito fatto capire che tipo di giocatore aveva acquistato la Juve a gennaio dalla Feralpisalò. Perché sì, Pietrelli ha un qualcosa di diverso. Non parliamo solo delle qualità in campo – velocità, dribbling, forza fisica, tiro, progressione palla al piede -, dei tanti ruoli che sa occupare – esterno destro o sinistro, trequartista, seconda punta, attaccante centrale -, o di un campionato di Serie C vinto e 15 gettoni già collezionati in Serie B a 22 anni -, c’è molto di più. Gli occhi raccontato tanto, e parlano di un giocatore mentalmente già focalizzato su quanti passi servano per arrivare dove vuole, perché Alessandro conosce e onora le sue radici e da lì raccoglie la forza per guardare avanti. Il Direttore Claudio Chiellini lo ha voluto fortemente in Next Gen, lo ha corteggiato e con maestria lo ha portato a Torino nel gennaio 2025, superando la concorrenza di diversi club. Tanti meriti per un colpo molto, molto importante per il presente ma soprattutto per il futuro, perché la prima squadra è un obiettivo che Pietrelli si è prefissato nella sua testa. Ci ha parlato di questo, ci ha raccontato della corte anche del Direttore Cristiano Giuntoli, della prima convocazione in Juve-Empoli e degli allenamenti con i più grandi. Ma non vogliamo spoilerarvi troppo… Qui Alessandro Pietrelli in esclusiva a Juventusnews24.
RADICI
Vogliamo subito scavare nelle tue radici, nelle tappe che ti hanno formato come uomo e come calciatore. Quanto la tua famiglia è stata importante nel tuo percorso? Quali sono i tuoi ricordi legati alla tua infanzia, quando ti sei affacciato per le prime volte al mondo del calcio?«La mia famiglia ha svolto un ruolo fondamentale. Mio papà è stato un pallavolista di alto livello e ha trasmesso sia a me sia a mio fratello una mentalità sportiva abbastanza agonistica che fin dagli inizi ci ha permesso di continuare a lottare anche quando le cose non andavano benissimo. Ci hanno sempre supportato al massimo».
Ci racconti qualcosa del rapporto con tuo fratello Riccardo? È un calciatore professionista anche lui, è un centrocampista e siete cresciuti insieme anche nel mondo del calcio. Quanto siete legati, come hai vissuto questa maturazione calcistica passo passo con lui. Vi date magari dei consigli a vicenda?«Noi abbiamo un bellissimo rapporto. Abbiamo vissuto praticamente in simbiosi fino a qualche anno fa: abbiamo iniziato nella scuola calcio del nostro paese, Fano, che è il Fanella e poi siamo andati a Cesena quattro anni e poi abbiamo fatto tre anni insieme al Bologna. Poi lui ha intrapreso un percorso diverso, andando dapprima alla Reggiana e poi in Serie D. Ha avuto un percorso più articolato ma ci siamo sempre sostenuti a vicenda: è un grandissimo giocatore, diverso da me sia fisicamente sia come calciatore, ma riusciremo entrambi a toglierci delle grandi soddisfazioni».
Cesena, Bologna prima del professionismo alla Feralpisalò. Come puoi definire il tuo percorso calcistico dalle giovanili fino all’approdo in Serie B? Se ripensi all’Alessandro bambino, cosa ti rende più orgoglioso di quanto hai compiuto fino a questo momento nella tua carriera?«Non è stato un percorso facile a livello giovanile perché, quando sono arrivato a Bologna, non ho giocato così tanto in Under 16, Under 17 e nei due anni di Primavera. Un po’ per scelte degli allenatori che ho avuto e un po’ per la mia fisicità: ho avuto un percorso abbastanza longevo diciamo. Non è stato facile, soprattutto in diversi momenti ma grazie anche alla mia famiglia io e mio fratello non abbiamo mai mollato. Arrivare a vincere un campionato di Serie C, arrivare in Serie B e alla Juventus sono piccole soddisfazioni per quella che è la mia ambizione ma sono dei punti di partenza».
Dove hai trovato, dunque, la forza per superare questi momenti no?«Non mi sono mai abbattuto. Anche quando vedevo che non venivo preso molto in considerazione a livello giovanile e nel primo anno di professionisti, ho sempre creduto in me stesso. Non ho mai dubitato delle mie qualità: poi l’appoggio della mia famiglia, del mio procuratore mi ha portato a non mollare».
C’è un ‘grazie’ che vuoi dire a qualche persona in particolare: a qualche allenatore – magari – che ti ha aiutato nel corso di questi anni…«All’ultimo che ho avuto prima di arrivare qua, Aimo Diana. È stato il primo a darmi veramente fiducia».
JUVENTUS
Cosa rappresenta per te la Juventus e cosa significa indossare questi colori, vestire questa maglia?«Io sono tifoso della Juve fin da bambino. È un orgoglio enorme, una grandissima soddisfazione per me e per la mia famiglia. Cerco di focalizzarmi sul mio lavoro, sul gioco, senza pensare troppo alla maglietta o all’aspetto da tifoso che ho dentro di me. Ma è sicuramente una soddisfazione. L’essere tifoso può comunque aiutare, io sono orgoglioso di indossare questa maglietta e questo penso venga riflesso anche in campo».
Il tuo approdo a Torino si è concretizzato nel gennaio del 2025. Non solo la Juve però, perché c’erano diverse squadre interessate a te: perché la scelta è ricaduta proprio sui bianconeri? Cosa ha fatto la differenza nella tua decisione?«Il fatto che io sia tifoso ha influito. Poi i Direttori Chiellini e Giuntoli hanno dimostrato di avere un fortissimo interesse nei miei confronti: ho unito le due cose e non ho dovuto pensarci così tanto ecco».
Ci racconti come hai reagito alla chiamata della Juventus? Quali sono stati i tuoi primi pensieri, cosa stavi facendo in quel momento?«Io ho iniziato a sentire degli interessamenti verso novembre. Dentro di me è stato un motivo d’orgoglio e una carica in più per guadagnarmi questa chiamata. Ci è voluto un po’ per farmi sbarcare a Torino ma credo che siamo tutti contenti per come sia andata… Le voci che circolavano già da novembre mi hanno spronato a dimostrare di valere questa chiamata».
L’aspetto che più ti ha stupito della realtà Juve? Da cosa sei rimasto affascinato maggiormente nei tuoi primi giorni a Torino?«Sicuramente le strutture che ci sono qua sono le migliori d’Italia, l’organizzazione che c’è».
Parliamo di presente, parliamo di Juventus Next Gen. Hai avuto un impatto subito importante in Seconda squadra: gol, assist, titolare imprescindibile. Come è stato il tuo inserimento nello spogliatoio, che gruppo hai trovato e soprattutto qual è il valore di questa squadra?«Mi sono ambientato subito molto bene, ho trovato un gruppo coeso formato da ragazzi tranquilli, umili, simpatici. Qualcuno già lo conoscevo. Dal punto di vista extra-calcistico non è stato per niente difficoltoso. In campo, come ho sempre fatto, mi sono subito concentrato su quello che sapevo fare, sulle richieste del mister nei miei confronti. È andato tutto in maniera naturale, penso di fare ancora di più. In cosa devo migliorare? Lo ha detto anche il mister in qualche dichiarazione: posso migliorare nel gioco con i compagni. Mi piace l’azione da solista ma in certe occasioni posso sfruttare di più l’uno-due con un compagno come successo nel gol con l’Altamura. Questo è un concetto che il mister sta cercando di insegnarmi e io sto cercando di apprenderlo».
Piccola parentesi: tu hai ritrovato qui a Torino Simone Guerra, con cui avevi già giocato alla Feralpisalò. Qual è il tuo rapporto con lui, ti dà qualche dritta o qualche consiglio, che figura è nello spogliatoio?«È il capitano di questa squadra e un punto di riferimento per tutti i ragazzi, dai più piccoli a quelli un po’ più grandi. L’ho conosciuto al mio primo anno di professionisti, perché insieme abbiamo vinto il campionato di Serie C con la Feralpisalò, e già dai primi allenamenti è stato per me un punto di riferimento. Mi ha aiutato, mi ha consigliato, ci fermavano spesso a fare i tiri io e lui a fine allenamento e ho sempre cercato di rubare qualcosa. È una brava persona prima di un bravissimo calciatore».
E invece con mister Brambilla? In cosa ti sta aiutando maggiormente nella tua crescita, su cosa state lavorando? Che tipo di allenatore hai trovato?«Mi avevano tutti parlato bene del mister, anche con lui non è stato difficile integrarsi. Abbiamo un buon rapporto, io cerco di riportare le sue richieste in campo e sono soddisfatto da questo punto di vista».
Giochiamo a carte scoperte: i playoff sono l’obiettivo che vi siete prefissati? Ne parlate all’interno dello spogliatoio?«È un nostro obiettivo. Ne parliamo ma più che parlarne lavoriamo per ottenerlo. Un punto fondamentale sarà già la partita di sabato contro il Crotone, in cui noi giocheremo per vincere e avvicinarci al nostro obiettivo».
C’è un aspetto in cui questa Next Gen deve crescere di più? Siete una squadra che, specialmente nell’ultimo periodo, costruisce tanto ma non riesce sempre a capitalizzare le tante occasioni che crea. È quello lo step da fare da qui alla fine?«Siamo una squadra di grande qualità. Magari ci manca quell’esperienza o quella cattiveria finale davanti alla porta per capitalizzare di più. La stessa cosa poi riportarla in fase difensiva, perché con un po’ di esperienza in più si potrebbero evitare alcuni gol».
Due domande bruciapelo: ruolo in cui ti senti più confident in campo e compagno di squadra che più ti ha stupito«Posso interpretare più ruoli, a destra o a sinistra, al centro, per me è uguale. Molti compagni mi han stupito, ma per quello che dà allo spogliatoio oltre a Simone Guerra c’è anche Pippo Scaglia. Giocatore esperto, tiene unito il gruppo, comanda la difesa in partita. Gli Over hanno un ruolo importante: in una squadra giovane, in cui molti giocatori non hanno neanche avuto esperienze al di fuori della Juventus, avere questi calciatori che han militato in grandi piazze può essere un grandissimo aiuto. Guerra, Poli e Scaglia hanno un ruolo fondamentale. Ma anche tutti i giovani che ci sono di grande qualità».
FUTURO
Parliamo ora di prima squadra, hai già assaporato la convocazione con i big in occasione del match di Coppa Italia contro l’Empoli. Risultato a parte, cosa ti sei portato dietro da quella prima esperienza con i più grandi? Un aneddoto o un ricordo di quelle ore?«È stata una bellissima esperienza personale. Poi sappiamo che il risultato non è stato quello che desideravamo. Mi porto dietro l’esperienza: la cosa che più mi ha colpito è stato l’arrivo allo stadio con tutti i tifosi. Una cosa a cui uno non è particolarmente abituato. Sperando che sia la prima di tante».
C’è un giocatore che guardi da vicino, con più attenzione durante gli allenamenti con la prima squadra? Magari provi a rubare qualche segreto dai suoi movimenti o dalle sue giocate…«Ce ne sono tantissimi da cui rubare qualcosa. Io cerco di concentrarmi su quelli che possono essere nel mio ruolo sull’esterno come Nico Gonzalez, Weah o anche McKennie che può giocare dappertutto. Cerco di imparare il più possibile da tutti».
Che impressione ti ha fatto Tudor ne primi allenamenti a cui hai partecipato anche tu? Che mister hai trovato?«Sicuramente un’impressione positiva. Ha creato un bel rapporto subito con la squadra, poi dopo è più facile lavorare e trasmettere i propri valori».
Un tuo mini-pensiero su…
E affrontare un difensore della prima squadra? Che differenze hai notato?«Fisicamente son messi bene. Mi ha fatto impressione la prima volta che ho visto Gatti: dalla tv sembra grosso ma dal vivo è ancora più grosso».
Qual è il tuo sogno nel cassetto per il futuro? Dove ti vedi tra qualche anno?«Il mio sogno e il mio obiettivo è quello di giocare nella prima squadra della Juventus. Poi ogni cosa ha il suo tempo: io cercherò di provarci nel minor tempo possibile e poi vedremo cosa succederà. Io lavorerò giorno per giorno».
Si ringraziano Alessandro Pietrelli e l’ufficio stampa di Juventus FC per la gentile concessione dell’intervista